
Usain Bolt è arrivato ai Mondiali di Daegu, Corea del Sud, dicendo a tutti di non sentirsi ai livelli di Pechino 2008 e Berlino 2009 (occasioni in cui ha frantumato i record del mondo di 100 e 200 metri), ma è bastato che scendesse in pista per dare l’impressione che sia ancora il più forte e con margine. Nelle batterie dei 100 ha vinto in 10″10 praticamente con una gamba sola correndo solo per 50 metri prima di lasciare che fosse l’inerzia a portarlo all’arrivo.


Il mondo dell’atletica piange oggi la scomparsa del maratoneta keniota Samuel Wanjiru trivato morto nella tarda serata di ieri sotto il balcone della sua abitazione. La cause della morte di Wanjiru, punta di diamante della nazionale di atletica africana e conosciuto per aver vinto per aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Pechino nel 2008, sono ancora da indagare.
Il paragone con la corsa senza fine e senza mèta di Forrest Gump attraverso l’America è fin troppo facile: se non fosse che l’atleta dilettante Tristan Miller ha fatto anche di più, correndo in 52 settimane altrettante maratone. Un’impresa, neanche a dirlo, da Guinness e conquistata combattendo contro stanchezza, infortuni e un jet lag permanente.

La 41esima edizione della maratona di New York se l’è aggiudicata, tra gli uomini, un atleta al suo debutto per le strade della Grande Mela, l’etiope Gebre Gebremariam, con un tempo di due ore otto minuti e 13 secondi. Gebremariam diventa il quarto atleta ad aggiudicarsi la maratona di New York al debutto.
Una storia da romanzo, più che da cronaca sportiva. Perché nel caso Andrea Accorsi, 43enne ultramaratoneta bolognese, lo sport lo ha in un certo senso riportato alla vita.
Accorsi è a casa, una sera di dieci anni fa, quando all’improvviso perde conoscenza. “Aneurisma cerebrale. Sedici ore in coma. Al risveglio, mi trovo in camera due estranei che mi sorridono“. Sono sua madre e suo padre, ma lui non lo ricorda più. Non riconosce neppure la figlia Alice. Andrea non ha danni al fisico, ma ha perso la memoria pregressa.